Canada ’82: il dramma di Riccardo Paletti

6 giugno 2012 13:53 Scritto da: Mario Puca

“Se fosse toccato a me invece che a Gilles, sui giornali ci sarebbe stato poco più di un trafiletto”, confessò Riccardo Paletti in un’intervista rilasciata ad Autosprint qualche giorno dopo la tragedia di Zolder che si portò via il pilota canadese della Ferrari. Si sbagliava di grosso Paletti…

Il suo ricordo è rimasto indelebile nel cuore degli appassionati che non l’hanno affatto dimenticato. Ed a trent’anni dalla sua scomparsa, così come abbiamo fatto per Villeneuve, ricordiamo anche noi il pilota italiano dell’Osella.

Riccardo Paletti, ragazzo di buona famiglia milanese, non era un’esplosione di talento, ma sicuramente un buon pilota. Un buon pilota ed un ragazzo estremamente sensibile e riservato, qualità un po’ in controtendenza con il mestiere del pilota di auto da corsa. Si fa le ossa in F3 e F2 dove non ottiene grandissimi risultati, fino al 1981, quando finalmente cominciano ad arrivare le prime soddisfazioni. Paletti termina il campionato europeo F2 in nona posizione, ma si fa notare a Silverstone e a Truxton, dove giunge al traguardo in seconda posizione.

Mike Earl, patron della Onix che preparò le March da F2 per Riccardo Paletti, racconta che, inizialmente, l’idea che si fece del pilota milanese era quella del “rampollo di ricca famiglia che vuole correre in automobile e potrebbe non avere il talento per farlo”. In realtà fu subito smentito dal lavoro e dai sacrifici che Riccardo era pronto a fare pur di diventare pilota professionista. Proprio con il Team Onix F1 di Earl Paletti avrebbe dovuto correre nel 1983, ma la possibilità di realizzare il grande sogno gli fu data già nel 1982 da Enzo Osella, patron dell’omonimo Team Osella, oggi famoso soprattutto nel campionato Velocità Montagna e prototipi, con il quale Paletti aveva un ottimo rapporto e con il quale aveva cominciato la sua avventura di pilota di auto da corsa in F3.

La FA1/C messa a disposizione di Riccardo è però poco competitiva ed il milanese fatica anche solo a qualificarsi. Ci riesce in tre occasioni: Imola, Detroit e Canada, ma non riesce mai a concludere la corsa. L’Osella si fa la fama di “quella che perde le ruote” ed, a detta dello stesso patron Enzo Osella, la monoposto progettata dall’ingegner Guilpin presenta una fragilità dovuta probabilmente ad errori di calcolo. Nonostante rotture incredibili, Paletti resta calmo, senza mandare tutto al diavolo, da vero gentleman e continua a concentrarsi sul suo lavoro e sull’apprendimento.

Poi arrivò il Gp del Canada a Montreal. Paletti riuscì a qualificarsi in 24^ posizione, in fondo al gruppo praticamente. Tra Riccardo e la sua voglia di diventare pilota ci si mise però la Ferrari di Didier Pironi, che si piantò alla partenza. L’impatto fu tremendo, a quasi duecento all’ora. Le monoposto dell’epoca non erano sottoposte ancora a nessun crash test e la posizione del pilota era molto avanzata; praticamente i pedali erano a pochi cm dal musetto, davanti all’asse anteriore. Paletti riportò la frattura della gamba sinistra e della caviglia destra, ma furono le lesioni toraciche ad ucciderlo. Ci si mise anche il fuoco, ma Paletti era già privo di vita mentre i pompieri estinguevano la sua Osella trasformata in una palla di fuoco.

Dopo la morte del pilota italiano scoppia addirittura la polemica; Paletti è accusato di essersi “comprato” un posto in F1 ma mancherebbe del talento e dell’esperienza necessari a correre nella massima serie. La stessa dinamica dell’incidente è imputata al pilota italiano, che non è riuscito come gli altri a schivare la Ferrari di Pironi. Riccardo invece, rientra a pieno titolo nella schiera di quei piloti che hanno raccolto pochissimo ma hanno dato molto più di quanto potevano, volevano, dovevano alla Formula 1. Piloti “caduti” ingiustamente in battaglia pur di seguire la loro passione, che, ti chiami Senna, Prost, Villeneuve o Paletti, Ratzenberger o Williamson, alla fine è sempre uguale.

Paletti conosceva benissimo i rischi della sua enorme passione; aveva addirittura dichiarato che tra fare la fine di Depailler o Regazzoni avrebbe preferito di gran lunga la fine del primo (morto a bordo dell’Alfa Romeo durante un test ad Hockeneim), quindi morire facendo quello che più amava al mondo, senza vergogna e soprattutto senza polemiche.

Il destino di Ricky, come lo chiamavano gli amici, andò a legarsi indissolubilmente a quello del più famoso e più talentuoso Villeneuve, che diede il nome proprio al circuito che si portò via Riccardo Paletti.

9 Commenti

  • stardrummond

    complimenti per allo staff per averci ricordato di riccardo, davvero un bel gesto!
    erano anni ambigui: bellissimi per le battaglie in pista e per la passione dei tanti garagisti tra cui osella, ma anche davvero tristi per le innumerevoli tragedie successe, proprio per l’approsimazione dei regolamenti e delle scuderie partecipanti!

  • Claudio Arisi

    Sono passati 30 anni ma la morte di Riccardo resta come un rimpianto non risolto. Mi è capitato spesso di pensare a lui, con tristezza, per averlo sottovalutato da vivo, senza aver capito la sua grande passione per le corse e l’approccio serio e meticoloso che aveva in quell’ambiente.
    Vorrei segnalare un suo ricordo con bellissime foto inedite su:

    archivioimpossibile.blogspot.com

    ciao, Claudio Arisi.

  • Un passo da gigante della F1 moderna e’ stato anche “sconfiggere” il fuoco…L’ultimo rogo che ricordi a rischio vita penso sia quello di Berger con la Ferrari ad Imola..

    • Vero, sì. Anche lì…quante ne abbimo viste fino a che non sono stati presi provvedimenti adeguati.
      Nelle corse per tantissimi anni il pericolo è stato considerato un componente necessario, non un fattore su cui intervenire. Organizzatori, proprietari dei circuiti, costruttori, delle volte piloti si opponevano all’adozione di provvedimenti in materia di sicurezza.
      C’è voluta l’azione di Jackie Stewart per invertire la tendenza.

  • gabriele72

    l’ennesima morte assurda!forse oggi la f1 è più monotona di un tempo,ma almeno è più sicura!
    mai più morti in pista!

  • Parlo dell’effetto trampolino perchè mi pare il primo vero pericolo esistente adesso nelle categorie a ruote coperte.

  • che fine orribile poveretto

    • La sicurezza delle macchina di allora era minima. Con le vetture di adesso non credo che avrebbe perso la vita. Mi ricordo bene l’incidente e la sensazione immediata della gravità del fatto. A seguito della sua morte, e anche del ferimento di Pironi, le vetture furono notevolmente irrobustite, fino agli ottimi standard attuali.
      Proprio per evitare di operare in maniera reattiva, bensì in maniera predittiva, sarebbe il caso di studiare qualche dispositivo che impedisca l’effetto trampolino quando si toccano le ruote. In america l’hanno fatto, purtroppo dopo la morte di Wheldon; spero non si debba attendere una fatalità analoga in formula 1 per iniziare a studiare qualcosa.

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