James Hunt, una vita spericolata

15 giugno 2013 11:10 Scritto da: Davide Reinato

Il 15 giugno del 1993, James Hunt venne ritrovato senza vita nella sua casa di Londra.

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James Hunt – Foto Sutton

I più giovani faticheranno a ricordarlo. I più appassionati, però, saranno andati indietro nel tempo a spulciare tra risultati e gossip. Ma chi è più in avanti con l’età, non può che ricordare James Hunt come un vero e proprio pilota spericolato, sempre oltre le righe.

Dopo aver vinto il Campionato del Mondo del 1976, si presentò alla cerimonia di presentazione in smoking e scarpe da ginnastica. “Avrei preferito andare scalzo”, disse. James aveva appena vinto la battaglia epica con Niki Lauda, strappandogli il titolo per un solo punto di vantaggio in una controversa gara in Giappone. Un duello combattuto dentro e fuori la pista che rivivrà nei cinema con l’arrivo (a Settembre) del film “Rush”.

Arrivato in Formula 1 nel 1973 con la March, la figura di Hunt resterà comunque legata a quella di Lord Alexander Hesketh, un ricco nobile inglese innamorato delle auto da corsa. Mise insieme una squadra che riuscì a vincere nel Gran Premio d’Olanda ’75, proprio con il “Cacciatore” al volante. La prima – e ultima – vittoria per il team Hesketh. Il primo dei dieci successi per Hunt The Shunt, come è stato soprannominato per via dei suoi ricorrenti incidenti.

Fu proprio nel ’76 che Hunt, per una volta, da cacciatore divenne preda. La McLaren gli fece una corte spudorata a cui non seppe resistere. Nel ’79 passo alla Wolf, sostituendo Jody Scheckter. Poi, con il suo stile inconfondibile, un bel giorno disse: “Oh, questo sarà il mio ultimo GP“. Era il 27 maggio del 1979, si correva in quel di Monaco. “Lascio ora e definitivamente la Formula 1 perché oggi l’uomo non conta più”.

Dopo un tentativo mal riuscito di dedicarsi all’agricoltura, James tornò nell’ambiente delle corse in qualità di telecronista della BBC e per Eurosport. Ma i suoi commenti senza filtro suscitarono polemiche roventi.

Enzo Ferrari, nel suo libro “Piloti, che gente!” prese la vita agonistica di Hunt  come un esempio per spiegare la sua teoria della parobola del pilota. All’inizio affamato di vittorie, spende tutta la sua energia per raggiungere l’obiettivo, spesso superando anche i limiti meccanici del mezzo che guida, entrando in una sorta di trance agonistica. Poi, distratto e logorato dalla fama, dagli impegni pressanti e continue richieste, perde quel tocco magico che lo avvia verso la mediocrità, fino a quando decide di dire basta.

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