Giappone ’77. L’ultima di Hunt ed il primo volo di Villeneuve

10 ottobre 2013 11:20 Scritto da: Marco Di Marco

Il Gran Premio del Giappone ha sempre riservato grandi emozioni agli appassionati. Riviviamo la sfida del ’77 al Fuji: Lauda, già campione, non corse. Vinse Hunt, mentre Villeneuve diventava l’aviatore…

77jpn13La location era sempre la stessa: il circuito alle pendici del monte Fujiyama in Giappone dove l’anno prima si era consumato il tormentato finale di stagione con la resa di Lauda ed il trionfo mondiale di Hunt. L’anno il 1977, ma il cast degli attori protagonisti rimase presto privo di una delle star che rese celebre la resa dei conti dell’anno precedente.

Niki Lauda, con il titolo mondiale ormai in tasca, arrivò in terra d’Oriente giusto per comunicare ai dirigenti Ferrari la propria decisione di non correre il Gran Premio a causa di una gastrite. I rapporti erano ormai logorati tra l’austriaco e la scuderia di Maranello, ma questa decisione non accentuò ulteriormente le divergenze tra le parti.

La Ferrari aveva, infatti, ormai vinto il mondiale costruttori e decise di schierare per la gara due sole monoposto condotte da Reutemann e Villeneuve.

Se Lauda decise spontaneamente di non partecipare, lo stesso non si potè dire di Ian Schecketer – fratello del più noto Jody – al quale fu impedito di partecipare alle prove del Gran Premio perché il governo giapponese, a seguito di una risoluzione del 1973 delle Nazioni Unite che bloccava la partecipazione di atleti sudafricani in gare sportive internazionali,  si rifiutò di concedergli il visto, che invece fu concesso al futuro campione del mondo 1979 in possesso di doppio passaporto sudafricano – britannico.

Le qualifiche videro primeggiare Mario Andretti su una Lotus ormai avanti, rispetto alla concorrenza, nello studio dell’effetto suolo ottenuto tramite minigonne, mentre al secondo posto si piazzò James Hunt su McLaren. Le due Brabham Alfa Romeo di Watson e Stuck monopolizzarono la seconda fila e la prima delle due Ferrari, quella di Reutemann, si qualificò al settimo posto.

Pessima fu la qualifica di Villeneuve, ancora acerbo nei suoi primi Gran Premi in rosso, ed autore di un imbarazzante ventesimo posto ad oltre due secondi di distacco dal poleman Andretti. I dubbi sul nuovo e sconosciuto alfiere Ferrari iniziavano ad aleggiare a causa delle prestazioni non all’altezza di chi l’aveva preceduto, ma ben presto furono le polemiche a piombare pesanti sulla testa di Gilles.

La partenza della gara vide Andretti sbagliare clamorosamente i tempi di reazione all’accendersi del semaforo verde ed il suo primo posto sulla griglia si trasformò presto in una battaglia per risalire dalla nona posizione. Hunt approfittò dell’errore dell’italo americano per prendere saldamente il comando della corsa, seguito da Schecketer, Mass, Regazzoni, Watson, Lafitte e Stuck.

Mario Andretti cercava la rimonta matta e disperata ma, al secondo giro, a causa di un contatto con Stuck, fu costretto al ritiro.

Dalle retrovie, intanto, Gilles Villeneuve cercava di guadagnare posizioni. Al giro numero sei, l’episodio che trasformò lo sconosciuto pilota canadese nell’aviatore.

La Ferrari di Villeneuve, nel tentativo di superare la Tyrrell di Peterson, toccò la posteriore destra della vettura dello svedese e decollò in aria priva di controllo. Il missile bianco rosso si andò a schiantare in una zona tecnicamente vietata al pubblico, ma che in quel momento vedeva presenti gli spettatori.

La 312 T2 uccise un fotografo ed un commissario che stava cercando di far spostare il pubblico in una zona consentita, mentre Gilles ne uscì illeso, ma scosso. Il canadese affrontò comunque lucidamente l’accaduto e le critiche susseguenti affermando: “Noi piloti rischiamo la vita in ogni istante e l’errore può sempre capitare, non possiamo preoccuparci anche degli spettatori. Sono comunque terribilmente triste per le persone che hanno perso la vita ma erano in un posto dove non avrebbero dovuto stare e non mi sento responsabile per la loro morte, quelle persone non dovevano trovarsi lì, la colpa è dell’organizzazione”.

Ronnie Peterson, costretto al ritiro per l’errore di valutazione del canadese, non ebbe parole dolci per il neo acquisto della Ferrari.

La gara proseguì con al comando sempre l’imperturbabile Hunt seguito da Scheckter, Regazzoni, Reutemann, Nilsson, Laffite e Jones.  Ma al giro numero 41 il sudafricano della Wolf fu costretto al ritiro e la stessa sorte toccò, due giri dopo, a Clay Regazzoni.

L’alfiere argentino della Ferrari, definito dal Drake “tormentato e tormentoso”, mantenne il secondo posto sino alla bandiera a scacchi, sul terzo gradino del podio riuscì a salire Patrick Depailler in gran rimonta, mentre al sesto posto si piazzò per la prima volta Riccardo Patrese che, al volante della Shadow, conquistò il primo punto iridato della sua lunga carriera.

Hunt conquistò la vittoria, l’ultima in assoluto nel mondiale, rendendo così onore al titolo conquistato l’anno precedente, ma non festeggiò mai il successo. James, infatti, pur di non perdere l’aereo per tornare a casa disertò la premiazione così come Reutemann.

Avesse saputo che era la sua ultima magnum da stappare sul gradino più alto del podio, siamo certi che si sarebbe goduto i festeggiamenti fino a notte tarda.

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