F1 Story | Adrian Newey, l’uomo dei venti mondiali

8 novembre 2013 09:25 Scritto da: Marco Di Marco

Dieci monoposto firmate da Adrian Newey hanno conquistato almeno un titolo Mondiale. Newey, che lavora solo 3 giorni a settimana, di titoli in bacheca – tra costruttori e piloti – ne può annoverare 20. Ecco quali sono le monoposto vincenti di uno dei più grandi progettisti della storia della F1.

Adrian-NeweyLa vittoria di Sebastian Vettel ha consentito non soltanto al tedesco di fregiarsi del quarto alloro iridato, ma anche ad Adrian Newey di mettere in bacheca il titolo mondiale numero venti, tra piloti e costruttori: 9 con la Williams, 3 con la McLaren e 8 con la Red Bull.

Dieci sono state, infatti, le monoposto vincenti disegnate dal geniale tecnico inglese che, adesso, entra di diritto nella Hall of Fame dei progettisti.

Iniziamo la rassegna con la Williams FW 14 B, monoposto datata 1992 che ha consentito a Nigel Mansell di conquistare il primo ed unico titolo mondiale. Una monoposto spaziale, dotata di: ABS, controllo di trazione, cambio semiautomatico e sospensioni reattive. Un pacchetto che mise in ombra la McLaren di Senna e consentì al baffo più veloce d’Inghilterra di dominare la stagione con 9 vittorie e 14 pole position.

Il capolavoro di Newey fu subito replicato l’anno successivo, con l’ottima Williams FW15. Alain Prost fu l’interprete eccellente di una vettura che costituiva un’ovvia evoluzione della monoposto 1992 e differiva da questa non solo per la differente misura degli pneumatici posteriori, ma soprattuto per l’introduzione dell’antipattinamento e del launch control. Un vero e proprio concentrato di tecnologia fuso alla perfezione in un concetto aerodinamico che, seppur ancora fedele al muso basso, predilegeva una zona “coca cola” decisamente rastremata.

Per vedere nuovamente una vettura di Newey conquistare il mondiale piloti si deve saltare il biennio Schumacher – Benetton (’94 -’95) ed andare direttamente al 1996. La monoposto regina è sempre una Williams, denominata questa volta FW18. Anche in questo caso, la monoposto è una evoluzione del modello che l’ha preceduta, ma il tocco di Newey è dato dall’interpretazione regolamentari circa le protezioni laterali. Un’attenta lettura dello stesso consentì al tecnico inglese di adottare delle protezioni di volume decisamente ridotto rispetto alla concorrenza, a tutto vantaggio della migliore penetrazione aerodinamica. Il pilota che condusse la monoposto al titolo mondiale fu Damon Hill che conquistò 8 vittorie, avendo la meglio sull’esordiente compagno di squadra – Jacques Villeneuve – fermo a quota 4 successi stagionali.

Il momento glorioso di Villeneuve arrivò l’anno successivo. Anche in questo caso, Newey applicò la logica a lui tanto cara:  quando trovi una buona base di partenza, basta evolvere e non stravolgere. Fu questo il concetto utilizzato anche per la FW19, monoposto caratterizzata dall’airscope dalla forma ovale separato dal poggiatesta – che fece poi tendenza – muso decisamente arrotondato in punta e, come sempre, un retrotreno rastremizzato. Con questa monoposto, Jacques conquistò il titolo all’ultima gara del campionato ’97, a Jerez, dopo un duello ruota a ruota con Michael Schumacher.

Terminato il rapporto lavorativo con la Williams, Newey trasferisce il suo know-how in McLaren. La scuderia di Dennis aveva bisogno di una mente creativa che rinverdisse i fasti di John Barnard. L’esordio a Woking nel 1998 coincide con una vera e propria rivoluzione regolamentare che il tecnico inglese riuscì ad interpretare, come sempre, in maniera egregia. La MP4/13 è una monoposto aerodinamicamente anni luce avanti alla concorrenza. Il telaio è basso, aiutato in ciò dalle due alette ai lati dello stesso per rientrare nei limiti regolamentari; il muso è sorretto da piloni incurvati, le paratie laterali dell’ala anteriore sono inclinate verso l’interno delle ruote per meglio indirizzare i flussi d’aria, mentre le ruote posteriori sono “carenate” da appendici aerodinamiche sinuose ed inedite. La monoposto fa scuola e conquista il titolo Mondiale con Mika Hakkinen.

Come da tradizione, le creature di Newey si ripetono. Così, anche il 1999 vede il bis iridato di Hakkinen al volante della MP4/14. L’evoluzione prevede un diverso disegno della bocca di ingresso delle pance laterali, leggermente svasate nella zona bassa, ed un diverso disegno delle carenature davanti le ruote posteriori abbinate agli sfoghi dell’aria calda.

Il periodo intercorrente dal 2000 al 2009 vede il genio di Newey appannarsi. Il dominio Ferrari è incontrastabile e Rory Byrne sembra essere la criptonite che annulla l’intuito del genio e lo costringe alla rincorsa.

Nel frattempo, Adrian decide di cambiare aria e di accasarsi al team Red Bull. Un progetto giovane e che soprattutto consente al tecnico una maggiore libertà dal mondo lavorativo. Il contratto col team austriaco prevede infatti un impegno di soli 4 giorni settimanali ed uno stipendio a svariati zeri.

L’ennesima rivoluzione regolamentare permette a Newey di tornare a dominare incontrastato le scene mondiali. Se infatti il titolo 2009 viene vinto da Button al volante di una più che controversa BrawnGP, è pur vero che la Red Bull RB5 si fa subito notare e, soprattutto, introduce concetti che  faranno scuola, come il telaio dotato di “corna”.

Le basi per il domino sono state gettate e dalla capostipite del 2009 deriverà una generazione di monoposto imbattibili. La RB6 introduce il concetto di muso largo, ala anteriore dotata di svariati profili e retrotreno rastremato. La RB7  estremizza questi concetti, aggiungendo l’ormai noto assetto “rake” e soprattutto gli scarichi soffianti nel diffusore. La RB8 introduce i famosi scarichi a scivolo, finalizzati a sfruttare l’effetto Coanda e la misteriosa feritoia nello scalino. La RB9  estremizza tutti i concetti espressi nelle sue progenitrici e introduce delle pance laterali dalle dimensioni notevolmente ridotte, seconde solo a quelle viste sulla Sauber.

Nelle mani di Sebastian Vettel, le monoposto disegnate da Newey trovano il migliore interprete che riesce nell’impresa di conquistare 4 titoli cosecutivi.

Nell’annosa diatriba se sia superiore il pilota o la vettura, si può certamente affermare che anche il miglior pilota del mondo senza la migliore monoposto della griglia difficilmente riesce ad ottenere successi a ripetizione.  Deve certamente riconoscersi il merito ad Adrian Newey di aver espresso al meglio il suo talento in 20 anni di Formula 1 e di aver spremuto al massimo ogni singolo neurone del suo preziosissimo cervello per adattare il suo know how tecnico alle sfide regolamentari che gli si sono poste innanzi.

Chapeu, Adrian…

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